L’universo è come un corpo che precipita all’infinito. In questo suo precipitare l’unico modo per contrastare la percezione di questo suo movimento interminabile è guardare verso l’interno. Rivolgere l’attenzione verso sé stessi. Ogni altra azione risulta vana se non addirittura deleteria. Non per sentito dire ma per esperienza diretta, nell’andar contro il movimento espansivo dell’universo si viene sbalzati fuori con violenza, ed il rientrare risulta un’esperienza pesantissima. Potrei paragonare la condizione dell’esser sbalzati fuori simile al suicidio ma con sensazioni centuplicate, un’esperienza che non auguro a nessuno.
Quindi, sempre rivolgere l’attenzione all’interno, quietando la mente. Nel distrarsi, per così dire, dal movimento attorno a noi si fa in modo che le nostre azioni non vadano ad interferire con il naturale evolversi delle cose. Il nostro portar dentro la nostra coscienza fa in modo che l’eco del suono motore dell’universo venga da noi percepito dall’organo a Lui sempre collegato, il nostro Cuore, Uomo nell’uomo.
Nel marasma dei pensieri quotidiani si perde il suono originale, da noi non consciamente sentito, ma costantemente ricercato dal nostro cuore. Confondiamo il ricordo del suono con esperienze terrene che chiamiamo amore, ma sono ben poco in confronto all’originale. Tant’è che le prime sono esperienze destinate a finire, le altre appartengono a noi perché collegate all’autentico, e quindi eterne.
Parlar di questo non è semplice e nemmeno di facile da comprendere perché appartiene molto al mondo delle percezioni personali, estremamente difficili da trasmettere.